Cosa significa creare il proprio spazio nel mondo?
La storia di Annalisa è il racconto di una donna che per anni ha cercato di “andare bene”, di adattarsi, di trovare un posto che sembrava sempre occupato da qualcun altro. Ultima di tre figlie, artista in una famiglia con aspettative diverse, creativa in un mondo che chiedeva performance: Annalisa ha vissuto a lungo con la sensazione di non avere diritto a esistere pienamente per quella che era.
L’incontro con la pratica del Buddismo di Nichiren segna l’inizio di una trasformazione profonda. Attraverso il Daimoku, Annalisa inizia un percorso di rivoluzione interiore che la porta ad accettarsi, a sciogliere dinamiche familiari dolorose, ad affrontare una separazione difficile e a ricostruire il rapporto con il figlio e con i genitori.
Ma non solo. La sua trasformazione si riflette anche nel lavoro: da danzatrice a pasticcera di alto livello, fino a diventare libera professionista in un ruolo che, fino a quel momento, non esisteva nemmeno formalmente. Creare il proprio spazio, per lei, significa passare dal fare per essere accettata all’essere per creare valore.
Questa puntata è un viaggio potente dentro il concetto di karma come responsabilità e possibilità, dentro la nona coscienza come fonte di forza e dentro la scelta radicale di non indietreggiare davanti alle proprie ferite.
È la storia di una donna che ha smesso di rincorrere uno spazio… e ha iniziato ad abitarlo.
TRASCRIZIONE
(N.b: il seguente testo è la fedele trascrizione del podcast, che diventa così accessibile a tutti e tutte, anche a chi non può ascoltarlo)
Bentornati su “FRAGRANZE”, un podcast di IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al Buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.
«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici».
Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del Buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel tredicesimo secolo.
In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il Buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire.
Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.
Non so se vi è mai capitato di avere la sensazione di non andare bene così come siete. Di essere sempre quasi giusta o giusto, ma mai abbastanza. Di rincorrere un’immagine di voi che qualcun altro ha disegnato, e che cercate di indossare come un vestito elegante… che però stringe, tira, non fa respirare.
Ecco, in che modo la pratica buddista ci permette di costruire una vita che, invece, ci somiglia davvero, che ci veste come un abito cucito su misura?
Oggi voglio raccontarvi la storia di Annalisa. Annalisa ha passato anni a cercare il suo posto nel mondo. È brillante, creativa, determinata. Ma dentro di sé portava una frattura sottile: il desiderio di essere sé stessa e il bisogno di essere accettata. Cresciuta in una famiglia con aspettative molto chiare, lei invece sentiva un richiamo diverso. Più artistico. Più irregolare. Più suo.
Dopo il liceo lascia Brescia e va a Roma per studiare danza. Non è solo una scelta professionale, mi racconta che è un atto di affermazione. È il primo tentativo di dire “questa sono io”. Ed è lì che per la prima volta incontra il Buddismo. Accade per caso, assistendo a delle lezioni di danza di un gruppo che frequenta la sua stessa scuola. Annalisa si ferma varie volte a guardarli, finché non viene invitata a unirsi a loro.
ANNALISA: Li vedevo molto sereni e felici rispetto alle altre classi di danze in cui erano totalmente rigidi così e mi trasmettevano un qualcosa e non sapevo cosa fosse. Dopo un po’ di volte che andavo gli dico “mi dite una cosa: ma voi come fate a essere così?” Questa è stata la mia domanda come fate a essere così felici? E loro si sono guardati, hanno sorriso tra di loro e su un fogliettino di carta mi hanno scritto Nam-myoho-renge-kyo.
ELENA: Com’è stata la prima volta che hai partecipato a un incontro buddista?
ANNALISA: La prima volta fa un po’ ridere perché non avendo informazioni, internet e tutto, loro dopo un po’ mi dicono “Guarda, dopo la lezione oggi andiamo a recitare a casa di questa praticante a Ottaviano” mi ricordo ancora. Quindi entriamo in questo ascensore. E già lì che pensavo: "Oddio, cosa sto facendo?"
Questo ascensore mentre salivamo questo edificio io avevo il cuore in gola e mi ricordo che man mano salivo sentivo questo rimbombo, ho detto "oddio dove mi sto cacciando?" In verità entrando e c'erano tantissime persone. Proprio sono stata immersa nella pratica però quello che a me ha trasmesso è subito questa centratura.. La centratura di queste persone che in superficie sicuramente avevano tutte le loro vite, ma quello che a me arrivava era proprio il fondale marino.
ANNALISA: Io quello che ho imparato lì in quel momento è stato proprio questo di percepire che c'era un'unica mente. Cioè del proprio del capire il legame che ci unisce tutti cioè la mente del Budda.
ELENA: Dopo quella prima esperienza, anche se all’inizio piena di dubbi poi hai iniziato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin. Che cosa ti ha spinto ad abbracciare questo insegnamento?
ANNALISA: Ho trovato nella pratica il modo in cui poter far allineare la vita. Ho poi sperimentato davvero la prova concreta cioè quindi per me non è mai stato Daimoku senza obiettivo. Perché ho visto che la prova concreta mi aiutava ad aprire la vita e ad andare un altro pezzo avanti.
Annalisa capisce che una grande sofferenza che ha dentro è quella di non riuscire a farsi vedere. E mentre cerca di costruirsi una strada, combatte soprattutto una battaglia interiore: imparare a sentirsi bene nella propria pelle. Accettare la propria sensibilità, la propria inquietudine, perfino i propri desideri. Perché il punto non è solo fare scelte diverse dalla propria famiglia. Il punto è riuscire a non sentirsi in colpa per questo.
ANNALISA: Una delle mie caratteristiche è stata quella di aver vissuto completamente il fatto di essere respinta e non abbracciata quindi questa ferita profonda del non sentirmi considerata del non sentirmi ascoltata del non sentirmi vista, cioè proprio del non avere spazio un diritto fondamentale dell'avere spazio. E questa cosa perché comunque ero nata ultima di tre figlie con mia mamma che comunque aveva iniziato a staccarsi. Io dalla seconda sorella ho nove anni di distanza, dalla prima dodici; quindi, diciamo non proprio la figlia voluta ma la figlia un po’ capitata mettiamola così. E questa cosa qui è sempre stata il mio fardello no di dovermi a tutti i costi sgomitare trovare uno spazio e andare bene rispetto magari a due sorelle che erano molto più impostate molto più nei canoni no di quello che doveva essere in quel momento l'essere la figlia giusta.
Attraverso il buddismo, però, Annalisa capisce anche che questa frustrazione aveva origine non solo nel suo vissuto familiare ma in qualcosa di ancora più profondo.
ANNALISA: Il primo il primo grandissimo lavoro che ha fatto tutta la pratica buddista su di me è stato questo cioè accettarmi così com'ero. Non c'era nulla di me che io accettavo figuriamoci aver scelto di fare la danzatrice. Col tempo mi sono accorta che anche io avevo uno spazio.
Molto spesso parlando con chi pratica questo Buddismo sento dire: ho capito che io andavo bene così com’ero. Questo perché uno dei significati della parola Myo di Nam-Myoho- Renge Kyo è “Perfettamente dotato”. Significa che lo stato vitale che pervade l’immenso Universo è compreso nella nostra vita e che, quindi la nostra vita di per sé è piena di valore.
C’è un principio nel Buddismo, che avevamo già menzionato nella sigla e che il terzo Presidente della Soka Gakkai Daisaku Ikeda spiega molto bene. «Nichiren Daishonin insegna il principio del "ciliegio, susino, pesco e prugno selvatico". Un ciliegio è un ciliegio; un pesco è un pesco. Non dobbiamo essere tutti ciliegi; così come ogni albero fiorisce secondo le proprie uniche caratteristiche, anche noi dovremmo vivere nel modo che più ci si confà. Questo è lo scopo della nostra pratica buddista.”
ANNALISA: Riuscire a manifestarsi nella totale natura che una persona ha con alla base questa natura di Budda che ci unisce tutti, ma emergendo ognuno in una forma diversa, perché appunto siamo diversi è forse la cosa più difficile che ci sia perché questa cosa qui quando però riusciamo a realizzarla riusciamo a far vedere un altro. Se tu riesci a splendere in questo modo qua esattamente così come sei, lo puoi fare anche tu con i tuoi tempi con le tue modalità. Ma c'è quel potenziale lì, ce l'hai anche tu. E io quello che ho visto è che schizzavo nel fare, no? Io cercavo il mio spazio nel fare e l'ho trovato nell'essere. Cioè questo riuscire a dire sì, io vado bene così come sono non è nel fare e nell'essere. La pratica buddista mi ha riportato a questo. Puoi allora manifestare questo stato vitale, questa vera, questa natura che hai in un modo incredibile.
Ma accettare la propria natura, vuol dire anche rinunciare a migliorarsi? Sempre Ikeda spiega che c'è una differenza tra "essere quello che si è" e "rimanere così come si è". Se ci si accontenta di rimanere quello che si è, non si crescerà e non ci si svilupperà mai. La nostra natura profonda non cambia, ma grazie alla pratica buddista possiamo farne emergere gli aspetti positivi. Tale processo di trasformazione positiva viene chiamato rivoluzione umana.
ANNALISA: Stare nell'essere è la missione alla fine. Io ho scelto anche un lavoro in cui per arrivare là devi saper fare. La cosa importante in questa società è che non è che il nostro valore sia da attribuire a ho fatto bene e quindi sono super top gamma super top player e ho fatto male allora Red flag. Cioè no aspetta un attimo. Cioè ho fatto bene. Ok, bene, mi lodo e tutto e ho fatto male. Ok, da qui possiamo rimediare, ma quelle sono azioni. Il valore che noi dobbiamo percepire è proprio questa natura natura di Budda che non può avere un valore diverso da quello meraviglioso che la natura di Budda quindi non può essere “più o meno” e noi non dovremmo basarci su “Oggi è andata bene questa cosa” e allora sono così e domani va male, faccio schifo e mi demolisco. Cioè riuscire a percepire la natura di Budda è sempre e quella è la missione
ELENA: Mi hai raccontato che uno dei tuoi primi obiettivi legati alla pratica era quello di incontrare un partner. Cosa che è successa perché hai incontrato una persona che poi hai sposato e dalla quale hai avuto un figlio. Ma mi hai anche detto che poi le cose non sono andate benissimo. Che cosa è successo?
ANNALISA: Ancora mi si ripresentava questa incapacità di comunicare sempre all'interno della famiglia. Quindi si erano ricreate quelle dinamiche ero scappata da una parte me le ritrovo me le ritrovo dall'altra. Ad un certo punto io mi sono resa conto che questo matrimonio non poteva andare avanti.
Annalisa pratica da anni e ha intrapreso una nuova carriera lavorativa. Dopo la danza, ha iniziato a lavorare nella ristorazione e a specializzarsi nella pasticceria. Un’opportunità lavorativa diventa l’occasione per affrontare nodi irrisolti.
ANNALISA: Avevo iniziato a fare questi corsi di Cake design e pasticceria perché comunque sono una creativa a prescindere.. E vengo chiamata dal ristorante di Brescia, serviva una pasticcera quindi voleva dire in due nano secondi mollare tutto con un bambino di due anni e mezzo e andare però in quel momento ero talmente così che non vedevo un’alternativa.
Praticamente dico ok seguo questo flusso. Ho fatto tantissimo Daimoku perché emergesse veramente la strada e decido di trasferirmi a Brescia e lì mollo diciamo quella che era una relazione che era totalmente in crisi ma totalmente in crisi che io non avevo saputo gestire. Quindi io ritorno in casa dei miei a Brescia e li capisco che con la pratica io devo andare a risolvere in primis in primis ritornare al legame con la mia famiglia, i miei genitori con le ossa rotte, diciamo.
ELENA: Com’è stato tornare a casa dei tuoi?
ANNALISA: Eh, tosta, tosta perché contemporaneamente un lavoro pesantissimo che stavo portando avanti, la mia famiglia che all’inizio, comunque, non mi sosteneva perché sempre ero quella strana e tutto. E quindi lì ho veramente fatto una cosa. Ho fatto il secondo grande voto della mia vita. Ho deciso che da quel momento non avrei mai più pianto per questa situazione di sofferenza ne sarei uscita.
ELENA: Che cos’è un voto nel Buddismo? Te lo chiedo perché il concetto di voto a cui siamo abituati in Italia è quello cattolico.
ANNALISA: È essere felici. È realizzare totalmente la nostra vita partendo anche dalle macerie, come in quel momento lì stavo partendo io, ma con la consapevolezza che c'è questo potenziale che noi chiamiamo Buddità, che noi manifestiamo attraverso la nostra rivoluzione umana, ma che di fatto dobbiamo percepire forte. È questa percezione incredibile di questo stato vitale che mi riporta sempre lì. Ok quindi quando c'è la situazione che mi porta giù ma ritornare a percepire la vita, perché in quei momenti lì la vita io non la percepivo più. Devo fare proprio un Daimoku che mi fa percepire profondamente la vita. Se io non riesco a percepire il pulsare della mia vita, io non posso fare un pezzo di rivoluzione umana. È un Daimoku che va alla ricerca della vita e a volte è talmente grosso lo strato di sofferenza che bisogna andare a trapanare in profondità, anche in modo silenzioso. Cioè fare quel voto era richiamare che io ero consapevole, che io da quella situazione ne sarei uscita più forte e ancora più splendente di prima, trasformando davvero fino in fondo il karma.
ELENA: Tu quindi decidi di separarti da tuo marito.
ANNALISA: È stata una battaglia, qualsiasi cosa facessi mi ritornava addosso una valanga e non riuscivo a comprendere perché.
ELENA: Non hai pensato che davanti a questa situazione tutta la tua pratica fosse stata inutile?
ANNALISA: Tante persone mi han detto ma quindi tu gli anni che hai fatto prima di pratica non sono serviti a nulla? Ma no, non è assolutamente così. Cioè, a me son serviti per arrivare ad un certo punto, è lì che bisogna essere bravi quando ci sono le crisi perché la vita è un costante no un costante mutamento quindi la sofferenza la gioia non fanno differenza da quel punto di vista.
Certo, mi sentivo che diventavo più forte. Cioè se prima ogni volta mi rimbalzava indietro colpendomi anche e ci impiegavo giorni a tirarmi su, pian piano mi accorgevo che poi va bene, me l'hai detto, rimango ferma. Cioè. Quindi sicuramente mi è servito tutto quel tempo che va bene dodici anni ma come dico tante volte dodici anni sull'eternità non sono nulla se davvero cioè arrivando a trasformare il karma dodici anni sull’eternità, veramente non sono nulla.
Quando si parla di karma è importante chiarire subito un punto che spesso viene frainteso: nel Buddismo il karma non è una punizione né una ricompensa. È un concetto neutro. Indica semplicemente l’insieme delle cause che mettiamo in moto con pensieri, parole e azioni, e che vengono registrate nell’ottava coscienza come potenzialità latenti.
Queste potenzialità, descritte simbolicamente come “semi”, non sono etichette morali incise nella pietra. Sono energia in attesa di condizioni favorevoli per manifestarsi. L’ottava coscienza, proprio perché è un deposito, non giudica e non seleziona: accoglie qualsiasi impronta karmica. È un archivio dinamico, diciamo.
Quando le condizioni esterne e interiori maturano, quei semi producono effetti. Le cause poste si traducono quindi in risultati nella vita concreta. Ed è qui un altro elemento decisivo: il karma non è una struttura rigida, ma un flusso continuo. Cambia costantemente, perché ogni nuova azione introduce nuove cause.
Proprio questa fluidità rende possibile la trasformazione. Se il karma fosse un blocco fisso, coinciderebbe con un destino inevitabile. Invece è un processo dinamico, aperto all’intervento consapevole. Ogni scelta modifica la direzione del flusso. Per questo, nel Buddismo, parlare di karma significa parlare di responsabilità e di possibilità, non di fatalismo.
ELENA: Cosa rendeva difficile la separazione tra te e tuo marito?
ANNALISA: L'espediente che faceva scatenare tutto era mio figlio. Questo figlio che non riusciva a trovare una sua dimensione perché se diceva che voleva stare con la mamma faceva male il papà, se diceva che voleva stare col papà faceva male alla mamma. Quindi questo figlio che anche lui mi respingeva e qui insomma lì ancora più tosta. Aveva detto che lui voleva parlare con avvocati e giudici perché lui a 16 anni poteva decidere dove stare e davanti a una cosa del genere proprio potrebbe far pensare: "Ok, ho perso totalmente, nel senso che l'ho perso. Ci sta.”
Il grande potere della nona coscienza può far scaturire cambiamenti anche dal karma negativo più radicato nell’ottava coscienza. Poiché l’ottava coscienza trascende i confini dell’individuo, fondendosi con l’energia latente della propria famiglia, gruppo etnico, o anche con quella di animali e piante, un cambiamento positivo in questa energia karmica diventa un “ingranaggio” per agire in modo benefico anche nelle vite altrui.
ELENA: Immagino non sia stato facile: da una parte volevi il bene di tuo figlio e dall’altro però avevi anche molta difficoltà a parlare con il tuo ex marito. È facile in queste situazioni percepire l’altro come una sorta di avversario. Davanti a questa situazione di sofferenza, e rabbia in che modo la pratica ti ha aiutato?
ANNALISA: Ecco io ho fatto dodici anni di pratica e di attività per riuscire ad arrivare totalmente disarmata e a volte si pensa che disarmati voglia dire andare e farsi massacrare di botte. Abbiamo una concezione distorta del disarmo, no?
Elena: Disarmo interiore. Mi colpisce molto la parola che ha utilizzato Annalisa. La sua è una rivoluzione a 360 gradi. Attraverso il daimoku è andata oltre la rabbia. Nichiren Daishonin in uno scritto afferma che: «Se la mente degli esseri viventi è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» (RSND, 1, 4)
Come scrive il presidente Ikeda: «Quando attiviamo questa coscienza, assolutamente pura, l’energia di tutto il karma buono e cattivo della vita è diretto verso la creazione di valore; e la mente o coscienza dell’umanità viene pervasa dalla corrente vitale di compassione e saggezza».
ANNALISA: Si parla tanto di karma si parla, non è proprio sempre così automatico cioè ci vogliono degli anni a volte però davvero quando si è dissolto proprio come la neve al sole, proprio si è dissolto completamente tutta la sofferenza tutto e è come se si fosse riallineato.
Elena: Ci sono molte persone che magari praticano da tanto tempo oppure che si affacciano per la prima volta al Buddismo. Come si fa Daimoku per avere questo stato vitale, questa saggezza che ci permette di trasformare ogni situazione anche la più disperata in una vittoria?
ANNALISA: Un Daimoku che e annulli completamente la possibilità di sconfitta, un Daimoku che tiene a bada ecco un'altra cosa secondo me importante questo che tenga a bada l'oscurità fondamentale che la faccia inchinare. La capacità è proprio quella di riuscire completamente in un istante a trasformare e a creare valore dalla collera dall'inferno ma da qualsiasi mondo in cui ci troviamo. A parte l'atteggiamento per me è fondamentale quando iniziamo a fare Daimoku, l 'aspetto dalla postura di come ci mettiamo davanti alla nostra vita e iniziare a far questo Daimoku non come una richiesta come qualcosa che stiamo chiedendo ma qualcosa che stiamo dichiarando.
Spesso pensiamo al Buddismo come a un modo per distaccarsi dal mondo, per rinunciare ai desideri, per diventare più spirituali in senso astratto. Ma per Annalisa è stato l’opposto. È stato un modo per restare pienamente dentro la sua vita. Per smettere di chiedersi “come dovrei essere?” e iniziare a domandarsi “chi sono davvero?”. La pratica le ha dato la possibilità di trasformare il modo in cui viveva ogni ostacolo. Di passare dall’idea di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, alla scelta di costruire una vita che le somigliasse davvero.
Il voto di Annalisa, come lei stessa ha detto, è un voto di essere felice. E questo significa che non rinuncia a quel desiderio di incontrare un partner. Quello che mi colpisce è che l’esperienza di una separazione difficile non ha spento la sua voglia di costruire una relazione di valore. Anzi, la spinge a rilanciare ancora più in alto.
ANNALISA: Io avevo determinato che non avrei più rincorso nessun uomo e che si sarebbe manifestato proprio sempre sull'onda dello stare ferma, di sentire il mio il mio valore di percepire che io sarei stata quella scelta di smetterla di distruggermi. A seguire quello che non voleva stare quello che non mi voleva, quello che non voleva parlare, cioè tutte queste cose qua.
Ad un certo punto questa persona te la troverai veramente davanti e tu capirai che è la persona giusta. Io ho recitato con questo, io personalmente ho recitato in questo modo e così si è manifestato
Annalisa effettivamente incontra una persona che per una serie di coincidenze non aveva mai incrociato anche se apparteneva allo stesso gruppo di persone che frequentava. E mi racconta che un aspetto in particolare rende la sua relazione diversa da tutte le altre.
ANNALISA: Io volevo assolutamente una persona del mio settore. Volevo un cuoco perché pensavo che nella mia vita non potesse starci altro che una persona che comprendesse quello che stavo vivendo io. Invece coi cuochi è sempre stata uno sfracello, un disastro proprio essere sincera con me stessa. Mi sono resa conto che io volevo invece una persona che mi vedesse al di là veramente di quello che io potevo fare a livello lavorativo a livello di essere performante, no. E infatti il mio compagno è la prima persona che mi vede non nel fare ma nell'essere. Quindi ho detto che qui davvero sono riuscita a fare una grande trasformazione.
Attraverso la pratica buddista, Annalisa pezzettino per pezzettino va a trasformare questo aspetto. Così come la rottura e poi la scoperta di un nuovo modo di dialogare con il suo ex marito le ha permesso di sradicare questo aspetto nelle relazioni affettive, un’altra sfida sul piano lavorativo le offre l’opportunità di fare una piccola grande rivoluzione. Annalisa è una pasticcera di alto livello che lavora per ristoranti stellati, hotel di lusso e grandi realtà della gastronomia. Un ambiente molto competitivo ma soprattutto molto esigente, dove si è sempre sotto pressione. Nel 2018 Annalisa decide che è arrivato il momento di cambiare e di seguire un suo progetto. Va dallo chef con cui lavora da anni e gli fa una proposta.
ANNALISA: Io gli ho detto io non voglio lavorare per un solo ristorante. Io voglio lavorare per più ristoranti. Non avevo idea di che cosa fare però. E gli avevo detto anche voglio guadagnare questi soldi. Lui si è messo a ridere, mi ha detto "Beh, buona fortuna. Sta roba non esiste".
E quindi dopo finita questa esperienza qua io in realtà da lì praticamente ho fatto la follia di dire basta.
Dal 2019 quindi Annalisa diventa libera professionista, una consulente di pasticceria da ristorazione. Una professione che in quel momento praticamente faceva solo lei, anche perché il Covid aveva creato delle opportunità in un momento in cui la ristorazione, invece, attraversava una vera e propria crisi.
ANNALISA: Si trovano tutti senza pasticceri da ristorazione, si trovano tutti in crisi quindi io inizio: “ma se vuoi io vengo però facendo questo io faccio la consulente”. Mi son lanciata così ho aperto una partita IVA veramente affidandomi totalmente al fatto che questa cosa qui la potevo creare perché si erano create le condizioni. Quindi anche la saggezza di capire che c'erano le condizioni che mi sono buttata da una nave, quindi c'erano le condizioni per. E poi sicuramente sostenuta appunto dalla fede di cui abbiamo parlato fino adesso che è sempre questa cosa che ti spinge in alto.
ELENA: C’era un problema però: la tua categoria professionale non è formalmente riconosciuta. Il tuo, di fatto, era un lavoro che non esisteva.
ANNALISA: Non sapevano come inquadrarmi perché in realtà non esisteva questo codice ATECO e per me questo è sempre stato un po’ un di nuovo ritrovarmi a non hai un posto.
E invece io sono andata davvero armata di di passione e di Daimoku mettiamola così proprio di di una fede che mi faceva dire “no, io adesso me la creo questa situazione!”. E ad un certo punto l'anno scorso mi hanno contattata dal commercialista e mi ha detto devi passare a firmare delle cose perché adesso il tuo codice ATECO è cambiato.
Elena: Per te che cosa significa questo riconoscimento?
ANNALISA: Questo codice non è che mi cambia a livello di chissà che protezioni ci siano ma in realtà ne parlavo di questa cosa con il commercialista è un piccolo grande tassello nel senso che l'Italia sta riconoscendo sempre di più il potere dell'enogastronomia, tanto che anche qualche mese fa è stata riconosciuta patrimonio Unesco la cucina italiana. Quindi questi piccoli step questi riconoscimenti nel mio piccolo credo di aver comunque contribuito ad una cosa gigantesca che comunque rimane lì incisa e scritta. Quindi sicuramente è importante importantissimo per la società.
A un certo punto si rende conto che c’è una cosa, più di tutte, che avrebbe trasformato la sua vita. Di vittorie e soddisfazioni ne ha già collezionate tante; eppure, sente che il nodo centrale è proprio davanti ai suoi occhi, anzi sotto lo stesso tetto.
ANNALISA: Ho sempre avuto questa frase in negli anni prima di risolvere questa cosa che era quello arriverà un giorno in cui abbraccerai tua madre quando ti dirà qualcosa che ti fa impazzire abbraccerai tua madre e dirai "Mamma, ti voglio bene." E per me questa cosa era veramente tanto distante. Ogni volta, ogni pezzo che io ho fatto negli anni in cui ho risolto un pezzetto c'era sempre un “ma, però”. In realtà mi sentivo sostanzialmente ancora non totalmente sviluppata da questi due genitori in cui sostanzialmente non mi riconoscevo. Non mi riconoscevo in tante cose e quindi in questo non riconoscerci secondo me parte anche una parte molto occidentale sempre del volere i genitori come una nostra idea di madre di padre che in realtà in realtà attraverso la pratica buddista ho capito che innanzitutto dovevo accettare mia madre e mio padre per come erano in primis se desideravo che loro accettassero me. Accettare anche il fatto che magari non mi accettavano, perché anche quello può essere un pezzo. In realtà ho proprio ho proprio sentito che loro erano perfetti davvero così come erano, ma non è stata una magia, perché qui sembra che se no ste cose arrivano come una magia. Cioè, sono sempre stati pezzi di anni per arrivare a sentire questa cosa. E ho sentito proprio che loro erano davvero perfetti. Ma soprattutto ho sentito una cosa che mi bloccava fino a quel momento. Cioè io ogni volta pensavo che se io avessi realizzato un pezzo della mia vita, mia madre avrebbe storto il naso su una cosa piuttosto che su un'altra, non avrebbe capito, non avrebbe fatto. Invece, sempre sull'ottica dell'eternità della vita, ho proprio sentito che mia madre, la sua vita, voleva che io fossi felice, che io ero nata perché avevo questa missione in quella, in quella famiglia. Quindi, vista da quell'ottica, ho detto a prescindere da quello che vuole mia madre, da quello che sente mio, io che cosa voglio per essere felice?
Nichiren Daishonin ha dedicato vari scritti alla sofferenza che nasce da una relazione difficile con i genitori. Ci sono vari passaggi che, a prima vista potrebbero sembrare molto molto difficili da comprendere. Perché le ferite che derivano da rapporti più o meno travagliati, incidono nel cuore dei solchi e creano delle barriere, a volte per difesa, a volta per rabbia.
In uno scritto Nichiren Daishonin scrive: “L’inferno è nel cuore di chi interiormente disprezza suo padre e trascura sua madre” (Gosho di Capodanno - RSND, 1, 1008).
In un altro scrive: “Una persona che sostiene il Sutra del Loto sta ripagando il debito di gratitudine verso suo padre e sua madre. E anche se in cuor suo non pensa di riuscire a farlo, può ripagare il proprio debito grazie al potere di questo sutra” (Le quattro virtù e i quattro debiti di gratitudine - RSND, 2, 602). Ma perché Nichiren scriveva queste cose? Che debito si ha nei confronti di genitori, che magari ci hanno fatto davvero soffrire molto? Che cos’è questa gratitudine di cui parla esattamente?
ANNALISA: La gratitudine è realizzare davvero, davvero la nostra felicità. Quello è il modo migliore per ripagare i debiti di gratitudine. Quindi quando ho compreso davvero che ok, mi inchino totalmente alla tua natura, mi inchino totalmente alla tua natura, nel senso a come sei fatto e non natura di Budda, ma come sei fatto.
Anche se magari tu avresti voluto una figlia più pettinata, con i capelli lisci, più che sapeva portarsi le gonnelline. Io sono così meravigliosamente così. E quando siamo felici di essere così succede un qualcosa. E quello è successo. Nell'andare a casa ho detto adesso voglio proprio veramente riuscire ad andar là, io felice per come sono felice, ma senza quell'arroganza l’Ego, ma proprio felice di sentire questa cosa e vi abbraccio a prescindere da tutto. E lì c'è stato anche un bacio che era tantissimo che per anni che non c'era un bacio sincero e in quel momento. Dopo qualche ora è stata venduta una casa che non si riusciva a vendere da dieci anni che era della famiglia di mia mamma. Vendendo quella casa mia mamma dopo poco ha detto ti vogliamo aiutare per trovare una casa tua.
È arrivato questo messaggio in cui dal Comune perché questa casa era a Verona dal Comune veniva detto deliberiamo e il cognome di mia mamma che è il cognome di mio nonno. Cioè lì proprio senti no quando poi pratichi da un po di anni senti veramente come sei collegato.
ELENA: la tua esperienza racconta davvero la trasformazione di un karma attraverso la pratica buddista. Hai proprio sradicato una tendenza, per così dire, a non avere uno spazio fisico, nel mondo e in mezzo agli altri. Qualcosa che toccava tutti gli aspetti della tua vita.
ANNALISA: Il beneficio più grande io lo dirò sempre al di là di tutti è quello di svegliarmi una mattina dopo tot di anni e sentire che io non avevo più quell'ansia dentro che provavo, cioè cambiare radicalmente lo stato vitale di base. Quindi diciamo che per me la pratica è stata veramente quella che mi ha preso nella vita, come il vascello che ti porta, che ti porta. E tu ovviamente, con la costanza, con la diligenza, con tutte, porti avanti comunque questa nave.
Quello che mi ha colpito della storia di Annalisa è che è la storia di un ritorno a sé stessa. Di certo la pratica non le ha tolto i problemi, non ha cambiato la sua famiglia e non le ha reso la strada più semplice. Ma le ha dato la chiave per una trasformazione interiore con cui ha costruito una vita che le somiglia davvero.
Vi lascio con una frase di Kaneko Ikeda, moglie di Daisaku Idea, che ha dato una definizione della trasformazione del karma. Annalisa mi racconta che è una delle frasi che in tutti questi anni le è servita come incoraggiamento e credo che sia davvero molto potente.
“Trasformare il karma non significa semplicemente salire un gradino dopo l'altro. Piuttosto è come trovarsi di fronte a un dirupo e dire a se stesse - Da qui non indietreggio neanche di un passo- Con questa decisione iniziamo a pregare e in quel momento il nostro karma inizia a trasformarsi in missione”.
“La fragranza interna otterrà protezione esterna”, questo principio buddista afferma che quando la nostra natura di Budda emerge dall’interno, attiva anche la natura di Budda nella vita degli altri. Trasformando il nostro cuore possiamo trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita e creare valore a partire dalla situazione che stiamo vivendo. Io sono Elena Cavallone e vi do appuntamento alla prossima puntata di “Fragranze”, un podcast a cura della redazione di Nuovo Rinascimento. Per non perdere gli episodi di questo podcast iscrivetevi al canale di Nuovo Rinascimento su Spotify, Apple Podcast e Soundcloud.
A presto e fate sentire la vostra fragranza!
