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7 ottobre 2026

Da soli non si va da nessuna parte: Ri-Creare, un progetto di Lisca Bianca 

Intervista a Salvatore Anselmo, Coordinatore del progetto e ad Annarita Galbo, Psicologa, Psicoterapeuta e Responsabile dell'Azione di Orientamento del progetto

Abbiamo intervistato Salvatore Anselmo e Annarita Galbo, del progetto Ri-Creare, sostenuto con i fondi dell'8x1000 dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto si propone di favorire l'inclusione sociale e lavorativa dei giovani che provengono da circuiti penali, per dare loro la possibilità di costruire il proprio futuro e riprendere in mano il legame con la comunità

immagine di copertina
In questa foto Annarita Galbo e Salvatore Anselmo, rispettivamente Psicologa, Psicoterapeuta e Responsabile dell'Azione di Orientamento del progetto e il Coordinatore del progetto sulla barca dell'associazione Lisca Bianca

Salvatore Anselmo: Ri-Creare è un progetto di Lisca Bianca – associazione nata nel 2014 dall'incontro di giovani professionisti appartenenti a differenti ambiti con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale e lavorativa di persone a rischio di marginalità sociale. I destinatari delle diverse azioni di progetto sono stati individuati attraverso un percorso di collaborazione tra istituzioni e realtà locali, costruito fianco a fianco con i servizi della giustizia di Palermo: l' Ufficio Servizio Sociale Minorenni, l’Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna e l’Istituto Penale Minorile, con il coordinamento progettuale e con gli operatori coinvolti.
Sono proprio questi servizi a segnalare le persone compatibili con gli obiettivi del progetto, valutando la motivazione personale, i bisogni socio-educativi, la situazione giudiziaria. Ri-Creare si basa sulla valorizzazione dei saperi artigianali e della creatività giovanile, attraverso Scalo 5B, un’officina sociale condivisa dedicata alla lavorazione del legno, dei metalli e alla stampa 3D. Attraverso questo progetto vogliamo offrire ai giovani che provengono dal circuito penale minorile delle occasioni per riconoscere le loro capacità e per assumersi le loro responsabilità. Ma anche per costruire il proprio futuro e riprendere in mano il legame con la comunità. 

Il progetto prevede due corsi di formazione in artigianato innovativo della durata di 130 ore ciascuno, rivolti complessivamente a 16 giovani, accompagnati da due percorsi di orientamento professionale di 80 ore ciascuno.
Sono inoltre previste attività riparative per 10 giovani segnalati dall’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni e attività risocializzanti e riparative per 20 adulti segnalati dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna, tra detenuti domiciliari e affidati ai servizi sociali. In merito al progetto sull’artigianato sono coinvolti come formatori artigiani del legno, dei metalli, ma anche progettisti digitali, designer, perché all'interno della nostra officina l'artigianato non è da intendersi soltanto secondo l'accezione dell'artigianato tradizionale ma prevede anche l'utilizzo delle nuove tecnologie applicate alla realizzazione di oggetti artigianali. Abbiamo delle attrezzature, come per esempio una fresa 3D, che permette di progettare l’oggetto di arredo, e un macchinario che ci permette il riciclo della plastica per realizzare poi il filamento che verrà utilizzato per realizzare degli oggetti. In questo modo i ragazzi acquisiscono la dimensione della progettazione digitale e del design applicata anche all'artigianato. 
La formazione permette di passare dalle competenze sulla lavorazione del legno e del metallo, alle basi del design e della progettazione digitale della stampa 3D.

Annarita Galbo: La maggior parte di questi ragazzi viene da quartieri difficili di Palermo e della provincia, dove c'è una subcultura che non è quella ufficiale, all'interno della quale sono completamente assorbiti. 
Spesso queste situazioni difficili derivano anche da famiglie interrotte. Genitori molto giovani che non riescono a prendersi cura dei figli, i quali ritengono che l’unica alternativa per costruirsi un futuro sia quella di entrare in giri pericolosi. Io nello specifico mi occupo di orientamento, che possiamo dire non inizia con il corso, ma nel momento in cui cominciamo a conoscere i ragazzi. Prima di incontrare i ragazzi parliamo con gli assistenti sociali, spieghiamo il progetto e i suoi obiettivi e loro ci indicano delle persone da coinvolgere. Ciò che cerchiamo di tirar fuori da questi ragazzi sono l’intelligenza emotiva, l’empatia, il rispetto e la fiducia. Abbiamo notato quanto per loro sia difficile fidarsi... anche noi inizialmente siamo visti come qualcuno di cui non fidarsi, ma piano piano iniziano ad aprirsi e a raccontarci le loro storie, così difficili. Il nostro, infatti, non è un corso ma un percorso di vita, formativo, educativo.

Salvatore Anselmo: Noi offriamo un luogo in cui i formatori sono anche artigiani, designer e tutor. Accanto ai laboratori c'è però anche un percorso di orientamento psico-educativo. È la dimensione per noi centrale. Siamo consapevoli che un progetto si realizza in un arco temporale limitato nel tempo, ma pensiamo di poter offrire loro delle occasioni in cui riconoscere le proprie capacità, i propri bisogni, sviluppare una maggiore autonomia e la fiducia di poter affrontare le difficoltà. E un aspetto fondamentale, secondo me, è che offriamo delle occasioni di ascolto e di interlocuzione. Sono delle opportunità che a loro mancano e che sono utili fattori di cambiamento. Sempre di più il sistema penitenziario, anche minorile, verte su aspetti sanzionatori più che rieducativi. Penso quindi che progetti di questo tipo siano fondamentali per i minori che stanno attraversando adesso questa fase della loro vita.

Annarita Galbo: Ritengo molto importante anche che, nonostante delle situazioni di partenza in cui emergono difficoltà di ascolto, di espressione di sé e di relazione con gli altri, alla fine del percorso ognuno ha il proprio curriculum vitae stilato, con le sue competenze, qualità, punti di forza, e un progetto che vorrebbe realizzare. Grazie ai colloqui individuali, durante i quali ascoltiamo le loro riflessioni, rinforzano quella che è la loro immagine, la percezione della loro identità. Cerchiamo sempre di mettere in evidenza i loro punti di forza, i successi apparentemente piccoli, perché loro spesso parlano di fallimenti e delle brutte esperienze vissute, in modo che possano uscire da questo percorso consapevoli di tutto ciò che potenzialmente sono in grado di realizzare.

Salvatore Anselmo: Anzitutto è importante la dimensione manuale, concreta dell’artigianato, che rende visibile, anche in poco, il rapporto tra l'impegno e il risultato e che permette ai giovani di capire che cos'è la formazione, di affrontare gli errori, di arrivare a realizzare degli oggetti concreti, semplici. Diventa un'occasione concreta per sperimentare le proprie capacità. Inoltre, nel momento in cui realizzano qualcosa per la collettività sentono anche di appartenere a una comunità, in questo senso il progetto ha un impatto anche sull’inclusione sociale.

Annarita Galbo: Uno dei pregi di questo progetto è quello di capire se quest'ambito lavorativo è quello adatto a loro. Molti comprendono che ciò che vorrebbero fare in futuro è un lavoro completamente diverso da quello manuale, altri invece si appassionano e si impegnano molto in tutte le attività proposte dal progetto.

Salvatore Anselmo: Questo progetto permette di realizzare delle occasioni concrete di inclusione in un contesto sempre più attraversato da un forte disagio, e che in particolar modo coinvolge i giovani. I giovani del circuito penale minorile sono ragazzi che, nell'accezione comune, vengono definiti esclusivamente in base al reato che hanno commesso. Se noi li riconosciamo soltanto in base a quello che hanno fatto e non in base a ciò che sono in quanto persone, non gli permettiamo di avere nessuna opportunità di rinascita e neanche di riconoscere le proprie capacità, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di trovare nella stessa comunità delle possibilità di riscatto. I fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ci permettono ogni giorno di costruire una visione differente per coloro che hanno attraversato delle esperienze di disagio, per poterli riconoscere come persone portatrici di capacità, di aspirazioni, di desideri. 

Annarita Galbo: Ci ha colpito molto la storia di un ragazzo, interessato alle attività proposte dal progetto. Quando abbiamo svolto un primo colloquio conoscitivo, non sapeva nemmeno apporre la sua firma. Non sapeva né leggere né scrivere. Ci siamo chiesti come fosse possibile, per poi accorgerci di essere di fronte a un ragazzo con bisogni specifici di apprendimento. Questo ragazzo coinvolto nel progetto è molto attivo e interessato. Vive in una situazione difficile in cui non è mai stato veramente sostenuto, ma adesso sta dimostrando volontà, determinazione... ad esempio, quando la comunità in cui vive non riusciva a portarlo alle lezioni del progetto, lui si organizzava e veniva da solo prendendo diversi mezzi pubblici pur di essere presente. C’è poi la storia di un altro ragazzo, rimasto da solo in casa, abbandonato dalla famiglia. Si è ritrovato nel giro di poco a frequentare delle brutte compagnie e a fare cose che non rifarebbe mai, adesso, perché sentiva di non avere altra scelta. Lui è felicissimo del progetto! Quando l’altro giorno gli ho ricordato che il corso sarebbe ripartito a settembre, mi ha detto che non vedeva l’ora. Questi ragazzi hanno delle storie dure alle spalle, ma molti di loro tramite il progetto scoprono di avere delle alternative. 

Annarita Galbo: Il mio sogno è che questi ragazzi a conclusione del progetto abbiano preso il più possibile da tutte le opportunità che abbiamo dato loro e che riescano a intraprendere la loro strada, prendendo in mano la loro storia, scrivendola loro stessi.

Salvatore Anselmo: Desidero che la comunità percepisca questi giovani come “i nostri ragazzi”, non estranei. Ciò che oggi emerge invece è una dimensione non solo di esclusione, ma addirittura di espulsione. 

Annarita Galbo: La forza e la motivazione nel mio caso derivano dalla decisione di fare del mio meglio.  
Credo nella finalità, negli obiettivi del nostro progetto. A volte il lavoro è faticoso e ci scontriamo con tante situazioni difficili, però sono sicura che, anche se nessuno di questi ragazzi farà l'artigiano da grande, qualcosa rimarrà scalfito nelle loro vite.

Salvatore Anselmo: Proveniamo entrambi da un contesto lavorativo completamente differente. Ci occupavamo dei progetti Erasmus, quindi un ambiente diverso, con ragazzi e ragazze che avevano una situazione spesso solida alle spalle. Adesso ci confrontiamo con tante vulnerabilità. Ciò che mi sostiene è il gruppo, il lavorare insieme, collaborare tra di noi con un fine comune mi dà coraggio anche nei momenti di sconforto o maggiore stanchezza. Da soli non si va da nessuna parte. 

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