Vi ringrazio per il vostro cortese invito. Questo non è un convegno accademico, è una festa, è la celebrazione di qualcosa di molto importante per gli amici della Soka Gakkai ma anche per gli studiosi che l’hanno seguita negli anni e in qualche modo sono stati coinvolti nella sua storia. Conosco la Soka Gakkai da molto tempo prima dell’Intesa e averla osservata ha significato per me accompagnare non soltanto una storia straordinaria, ma anche degli amici, alcuni dei quali purtroppo non ci sono più. Ricordo fra gli studiosi Maria Immacolata Macioti e Pierluigi Zoccatelli, e tra gli amici della Soka Gakkai desidero ricordare le molte giornate trascorse con Fiorella Oldoini, che ha accompagnato le nostre prime ricerche sul Buddismo di Nichiren e della Soka Gakkai.
Oggi brevemente, vorrei affrontare tre aspetti:
- come si arriva all’Intesa
- come vive la Soka Gakkai nel periodo successivo all’Intesa
- che cosa rende questa storia così unica nel panorama italiano.
Riguardo al primo punto – come si arriva all’Intesa – a volte i sociologi pensano che il successo di una religione dipenda da una strategia, da una pianificazione meticolosa (e a volte è anche così), ma in realtà la storia di una religione è soprattutto una storia di persone, di contatti umani, di amicizie e anche di coincidenze.
La Soka Gakkai arriva in Italia perché ci sono dei giapponesi che si trasferiscono per ragioni di studio e di lavoro. Il primo a essere nominato corrispondente dall’Italia, nel 1961, è Sadao Yamazaki, ma poi se ne aggiungono molti altri.
Così, poco a poco – e questo è un primo dato di grande interesse – una storia “giapponese” diventa una storia italiana. Questo avviene anzitutto con Amalia Miglionico, Dadina, che nel 1966 è la prima italiana a entrare nella Soka Gakkai ricevendo l’oggetto di culto, il Gohonzon, e da lì inizia una storia di crescita sempre accompagnata dal presidente Ikeda e dalle sue visite in Italia. Una crescita scandita da numeri che sono straordinari nel panorama italiano e che richiedono una spiegazione.
Nel 1993 i membri italiani sono 13.000; nel 2000, sono 20.000; nel 2005, 40.000; nel 2010, 56.000; nel 2015, 78.000; nel 2019, 92.000; nel 2024, 96.000 e oggi abbiamo superato i 100.000, siamo intorno ai 102.000.
Ci sono naturalmente dei passaggi che conferiscono una veste istituzionale e anche architettonica a questa storia, come l’inaugurazione del Centro culturale Daisaku Ikeda per la pace, a Milano, nel 2014, che è il più grande centro buddista d’Europa.
Poi nel 2016 arriva l’Intesa che – come ha sottolineato il presidente Aprea – è stata un punto di arrivo ma anche di partenza, che ha segnato la fine di un periodo di lotte, di difficoltà – perché non è mai facile dare forma a un’esperienza religiosa nata in un altro continente. Ma l’Intesa è anche l’inizio di una fase nuova, di un percorso di grande consapevolezza istituzionale di cui voglio ricordare due aspetti in particolare.
Qualche anno fa, insieme ad alcuni studiosi dell’Università di Pisa, abbiamo condotto una ricerca sulle reazioni al Covid delle religioni presenti in Italia. Il Covid è stato drammatico anche dal punto di vista statistico per molte religioni che hanno perso fedeli che non sono più rientrati dopo la fine della pandemia. In questo panorama siamo stati colpiti dal fatto che la Soka Gakkai è uscita dalla pandemia senza perdere fedeli che anzi, ultimamente, sono aumentati, e ovviamente ci siamo chiesti perché.
La risposta va cercata anzitutto in un atteggiamento istituzionale esemplare, volto al dialogo con le autorità governative, che è culminato nella scelta di devolvere l’integralità dell’8×1000 del 2020 – il primo anno in cui la Soka Gakkai, dopo l’Intesa, ha ricevuto l’8×1000 – a iniziative di sostegno in favore delle persone in difficoltà a causa del Covid.
A questo si accompagna una strategia particolarmente attenta nel sostenere le persone e cercare di capirne le necessità non solo materiali ma anche psicologiche e spirituali.
Ad esempio, siamo stati molto colpiti dall’idea di quella iniziativa che è stata chiamata “1, 2, 3”, ovvero il suggerimento rivolto ai praticanti durante la pandemia di dedicare ogni giorno un’ora alla preghiera, venti minuti allo studio del Buddismo e tre telefonate di incoraggiamento, di vicinanza spirituale, ad altri membri della Soka Gakkai.
Penso che questo tipo di strategia sia stata un segreto della resilienza, parola oggi abusata, della Soka Gakkai di fronte al Covid e possa essere di esempio per altre comunità civili e religiose.

Infine, perché la Soka Gakkai ha avuto questo successo in Italia, che si può definire straordinario? Quella italiana è la maggiore presenza della Soka Gakkai fuori dall’Asia in percentuale rispetto al numero di abitanti, ed è la più grande comunità buddista in Europa. Sono numeri che all’inizio, quando si cominciava a studiare la Soka Gakkai, nel secolo scorso, sembravano molto strani. L’Italia è un paese cattolico, anzi è un paese cristiano, dove altre comunità cristiane non cattoliche hanno sempre avuto una presenza rilevante, eppure la Soka Gakkai ha saputo intercettare le esigenze di persone che apparentemente si erano allontanate dalla religione, ma in realtà si erano allontanate solo dalle religioni tradizionali ed erano alla ricerca di qualcosa. La Soka Gakkai ha saputo intercettare e offrire risposte a queste domande.
Credo che la risposta della Soka Gakkai sia stata persuasiva per tre ragioni. La prima, perché si è sempre sforzata di presentare il Buddismo non come una tradizione asiatica, ma come una tradizione universale. Il Buddismo della Soka Gakkai è un Buddismo “italiano”, non è un Buddismo “esotico”, ed è un Buddismo che ha convinto le persone anche per questo suo essere “italiano”.
Il secondo punto è un principio che caratterizza la Soka Gakkai ovunque nel mondo, ovvero la rilevanza del Buddismo per cambiare la società. “Cambia te stesso per cambiare il mondo”, dicono gli amici della Soka Gakkai. Molti italiani conoscono la Soka Gakkai per Senzatomica, per le campagne contro la pena di morte, per l’impegno per l’ecologia, e tutto questo ha assunto una nuova e ambiziosa veste con la fondazione Be the Hope.
Terzo, io credo che la Soka Gakkai abbia un “segreto”, e questo segreto molto semplicemente si chiama Daisaku Ikeda. Il pensiero di Daisaku Ikeda è penetrato profondamente nei nostri ambienti culturali, intellettuali, religiosi, e forse anche noi studiosi siamo così abituati a considerare Daisaku Ikeda come un maestro di pace, di dialogo, di non violenza, di disarmo, di lotta contro le armi nucleari, che ci dimentichiamo – e io credo sia nostro compito ovviare a questa dimenticanza – di vedere Daisaku Ikeda anche come un maestro di Buddismo, come un uomo che ha saputo ripensare il Buddismo con una profondità forse unica nella storia del pensiero filosofico e religioso del ventesimo secolo. Quindi io credo che dietro al successo della Soka Gakkai in Italia ci sia la capacità di inculturazione, l’incoraggiamento, l’amicizia, ma ci sia anche un’attenzione, una fedeltà, una capacità di trasmettere il pensiero di un gigante dello spirito come Daisaku Ikeda che da parte sua ha sempre testimoniato all’Italia più che un’attenzione, un rispetto, e più che un rispetto un autentico amore per la nostra cultura, a partire dal Rinascimento che tanto amava.
Oggi noi celebriamo dieci anni dall’Intesa, ma la storia della Soka Gakkai in Italia non finisce con questo anniversario, per fortuna la Soka Gakkai ci sarà anche quando io e altri non ci saremo più, ed è importante, bello e giusto che la Soka Gakkai riceva attenzione da parte delle autorità, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dal Sindaco di Roma, come si è visto oggi. Perché la Soka Gakkai non è solo un dono dei suoi fondatori e di Daisaku Ikeda a voi praticanti: la Soka Gakkai è un dono al mondo e un dono all’Italia, è un dono alle nostre città ed è anche un dono a noi che, studiandola, in qualche modo veniamo da questo studio incoraggiati e trasformati.
