Trascrizione della puntata
Bentornati su “FRAGRANZE” un podcast di IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al Buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.
«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici».
Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del Buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel tredicesimo secolo.
In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il Buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire.
Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.
Come si costruisce… una felicità autentica?
Domanda da un milione di dollari… Nella società attuale, basata sulla performance, è naturale pensare che la felicità derivi dal conseguimento di alcuni risultati tangibili: status sociale, riconoscimenti, stima delle persone che ci circondano, una bella casa, relazioni soddisfacenti, gratificazioni sul lavoro e così via. È innegabile che tutte queste cose rendono la nostra vita piacevole, ricca, a volte anche invidiabile agli occhi degli altri. Spesso mi capita di pensare… “come sarei felice se ottenessi questo o quello.” È una tendenza molto comune quella di collegare la felicità a un qualcosa di esterno.
Oggi vi racconto la storia di Ugo, batterista e musicista, e di come il Buddismo lo abbia messo faccia a faccia con sé stesso. Ugo incontra la pratica buddista molti anni fa, quando conosce quella che sarebbe diventata sua moglie.
Ugo: Nel ‘91 mi sono fidanzato con Jessica, che già praticava da un anno. Il mio primo incontro con la pratica è stato questo: la sentivo fare Daimoku e sorridevo pensando che insomma fosse una cosa tutta sua e la rispettavo, ma non pensavo, ecco, di avvicinarmi.
Si può dire per curiosità, anche per stare un po’ di più con lei, ho provato. Lei me l'aveva proposto, ho provato a praticare per un po’.
Ugo decide di sperimentare la pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin, che consiste nella ripetizione di Nam-myoho-renge-kyo, ovvero quello che viene chiamato Daimoku. È da Jessica che inizia a imparare che la base di questo Buddismo sta nel Sutra del Loto, dove si afferma che tutti gli esseri viventi sono dei Budda. Racconta di rimanere colpito da questa pratica, che ha come scopo quello di risvegliare la Buddità o Illuminazione nella forma presente e nella vita di tutti i giorni. All’inizio il suo atteggiamento è quello di un turista, come lui stesso si definisce, ma dopo sei mesi un evento inaspettato lo spinge ad approfondire la pratica.
Ugo: Tornando a casa dopo una serata in birreria, il ragazzo che guidava la macchina perse il controllo e praticamente andammo a sbattere contro un palo e io sono stato catapultato fuori dalla macchina, praticamente ho sfondato il vetro davanti e insomma tutti i tagli. Già all'ospedale mi dissero quanto ero stato fortunato, io lì per lì non ci credevo. Il chirurgo la mattina dopo è venuto da me chiedendomi “allora come vanno le mani? I piedi? Tutto bene?” “Ma come – dico- guardi, ho tutta la faccia distrutta.” E lui disse “guarda, è andata strabene, perché se te anche solamente battevi un centimetro più in là, la cosa era molto diversa”. Quindi lì presi un po’ di consapevolezza.
Questa è stata, diciamo, la cosa che mi ha spinto a praticare correttamente.
Praticando ho scoperto che le cose che mi succedono a me, io c'ho la responsabilità di affrontarle. Questa cosa mi è piaciuta tantissimo fin dall'inizio. Diciamo poi l'incidente è stato l'incipit per praticare più correttamente però di già ero molto incuriosito da questa visione di prendersi assolutamente la responsabilità della propria vita. C'è una chiave di lettura che ti fa dire “eh ma è successo a me e non a te” quindi ci devo mettere le mani io su questa roba.
Quando ci capitano degli imprevisti, delle situazioni spiacevoli che non dipendono da noi la reazione immediata è quella di chiedersi: “Perché proprio a me?”
In questo caso, per esempio, Ugo non ha provocato l’incidente; eppure, parla di responsabilità. Nel Buddismo prendersi la responsabilità non ha nulla a che vedere con il senso di colpa a cui siamo abituati in Occidente. È necessario comprendere il concetto di karma e fare una premessa importante, ovvero che per il Buddismo la vita è eterna, nel senso che non ha un inizio o una fine, ma attraversa un costante ciclo di nascita e morte. Il karma rappresenta quindi il bagaglio di azioni o cause poste durante la nostra esistenza presente ma anche in quelle passate. Karma, infatti, letteralmente, significa “azione” e indica il funzionamento universale di un principio di causalità simile a quello di cui parla la scienza, secondo cui ogni cosa nell’universo esiste all’interno di uno schema di causa ed effetto.
Ma per il Buddismo di Nichiren Daishonin il karma non è qualcosa di immutabile che significa rassegnazione a subire degli eventi che sono l’effetto di chissà quali cause poste nel passato. Il karma è in costante divenire: creiamo il nostro presente e il nostro futuro attraverso le scelte che facciamo in ogni momento. Sotto questa luce, il karma restituisce il potere di diventare protagonisti nello svolgimento della propria vita. Con la pratica buddista Ugo percepisce un senso di responsabilità che va al di là del semplice stare attenti o prendersi cura di sé. Si tratta di assumersi la responsabilità di trasformare la propria vita a un livello più profondo.
Elena: Quando hai iniziato a praticare eri già un musicista giusto? Com’è cambiato anche il tuo approccio verso la musica con la pratica?.
Ugo: Questa passione per la musica, specialmente per la batteria, era stata anche molto incentivata dalla mia mamma. Io avevo espresso il desiderio di suonare la batteria tipo a 14 anni. Me la fece trovare in camera.
È stato proprio in quel momento in cui ho cominciato a praticare correttamente che ho detto: visto che c'è questo strumento, cosa ne voglio fare? E uno dei primi scopi che mi son messo è stato quello proprio di studiare bene lo strumento e che questa cosa diventasse la mia professione. Praticamente sono stati tre anni forse anche quattro di studio assiduo e non sono mancate le difficoltà però ho trovato anche in questo senso dei maestri ottimi che facevano proprio al caso mio perché anche questo non è un caso. Non è scontato trovare dei maestri che riescano a capire quello di cui hai bisogno, che ti aiutano a capire quale possa essere la strada più giusta per imparare lo strumento. Quindi quello è stato assolutamente un grande beneficio.
Nel Buddismo il beneficio non va inteso come qualcosa che arriva dall’esterno, piuttosto come una risposta dell’ambiente a un nostro cambiamento interiore. Nichiren Daishonin, infatti, indica il "beneficio" con il termine giapponese kudoku, composto da due ideogrammi: ku, il risultato o l'effetto, e doku, la fortuna che si accumula nella vita grazie alla pratica buddista. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo attiva il potere della Legge mistica, la forza che pervade tutto l’universo. Il nome della legge mistica è proprio Nam-myoho-renge-kyo e riconoscere questa forza universale dentro di noi porta sia benefici visibili che invisibili. I primi appaiono in maniera riconoscibile, come risultati concreti, ad esempio il raggiungimento di un obiettivo o circostanze favorevoli. Quelli invisibili si accumulano nel tempo e fioriscono all’interno, anche quando ci sembra di non produrre nessun risultato evidente nella nostra vita.
Elena: Come ti ha aiutato la pratica buddista nella vita e nella tua carriera da musicista?
Ugo: La pratica mi è sempre servita per mantenere la concentrazione, il Daimoku per essere sempre comunque presente e fare le azioni giuste per andare nella direzione che mi ero prefissato.
Quello che funziona tantissimo è quando ti affidi. Io ho visto che i benefici più grandi sono arrivati quando io non mi immaginavo assolutamente la soluzione. Quando ho smesso di confondere anche un po’ la realizzazione dello scopo con l'oggetto di culto. Cioè non è che se raggiungo quell'obiettivo allora sono felice. Questo insomma è un po’ sbagliato ecco, è un po’ fuorviante L'importante è che io mi affidi.
Che cosa vuol dire affidarsi?
In uno scritto, Nichiren Daishonin scrive: “Ciò che chiamiamo fede non è niente di straordinario. Aver fede significa (…) recitare Nam-myoho-renge-kyo, così come una donna ama il marito, come un uomo dà la vita per sua moglie, come i genitori rifiutano di abbandonare i figli o un figlio rifiuta di lasciare la madre”. (Il significato della fede, RSND, 1, 920)
Le preghiere nella tradizione occidentale cercano un contatto con un potere che va al di là dell’essere umano, come un aiuto che viene da qualcuno o qualcosa che si cerca al di fuori di sé. Nel Buddismo, il potere si trova all’interno della vita. Non si cerca tanto un aiuto, ma si fa emergere dal proprio interno la natura di Budda, che si fonde con la natura di Budda presente nell’ambiente intorno a noi e in tutto l’universo.
La base fondamentale del Buddismo di Nichiren è credere profondamente che recitando Nam-myoho-renge-kyo possiamo entrare in contatto diretto con il mondo di Buddità, uno stato vitale caratterizzato da saggezza e compassione che, insieme al coraggio e alla forza vitale, permettono di illuminare le nostre scelte e azioni richieste dalle circostanze mutevoli.
Elena: Durante questi anni di pratica ti sei sfidato molto e hai fatto tantissime attività per approfondire il Buddismo. Come si sono tradotti questi sforzi a livello musicale?
Ugo: Cominciarono ad arrivare le prime le prime occasioni di lavoro. Ho lavorato diciamo da quel momento fino poi anche al 2003 - 2004. Con un gruppo rock che si chiamava Mal Funk, che ho fondato con un mio amico che era stato dieci anni negli Stati Uniti ed era tornato e inaspettatamente ci cominciarono a chiamare, a suonare ovunque e da lì non ci siamo mai fermati. Si è fatto sempre dischi, tournée, questo per anni e anni, anche tournée continuative di venti giorni - un mese in Europa. Insomma, è stata un'esperienza fantastica.
Elena: Parlavi ai tuoi amici del Buddismo?
Ugo: I miei amici in quel momento erano i musicisti che suonavano con me e ho cominciato a parlare di Buddismo. Loro comunque chiaramente stavano vedendo questo stato vitale molto alto, sempre molto disponibile al dialogo, hanno deciso di cominciare a praticare per un annetto intero. Abbiamo praticato insieme è stato bellissimo. Ho sempre visto quanto rispettassero me e la mia pratica.
La carriera da batterista di Ugo prende uno slancio pazzesco. Inizia a fare quello che nel gergo si chiama il turnista e questo lo porta a calcare i palcoscenici insieme ai più grandi gruppi musicali del periodo come Litfiba e Bandabardò, per citarne alcuni. Le sue performance includono contesti molti diversi, dai concerti più intimi con un pubblico ristretto, ai grandi eventi con migliaia di persone. La pressione è molta, il lavoro tantissimo e l’ambiente è – come si può immaginare – molto competitivo. Proprio in quel periodo di grande fermento e visibilità qualcosa dentro di lui inizia a scricchiolare.
Elena: Che tipo di sensazioni ti tirava fuori questa macchina dello spettacolo che ti chiedeva tanto a livello performativo?
Ugo: Diciamo che lì, in quel momento si era un po’ in Serie A. E niente, io probabilmente non l'ho sostenuto e mi sono mi sono un po’ perso. L'ho sentita molto questa pressione. Non ho avuto il coraggio di dire “Questa cosa non mi piace, vado via”. Perché da un certo punto di vista dicevo: ho praticato tanto, ho recitato perché questa cosa si realizzasse, ora ce l'ho, eccola qui e non la sto vivendo appieno, non mi piace, non ne sono soddisfatto. Insomma, è stato un colpo abbastanza duro in quel momento.
Probabilmente in maniera ingenua ho pensato che fra artisti ci fosse un po’ di cameratismo, ci si aiutasse a vicenda. È incominciato un po’ lì il mio periodo di fuga chiamiamolo così con l'alcool.
Da una parte c'era una cosa che mi tirava a restare in quella dimensione dall'altra avrei voluto fuggire però la fuga era solamente quella di bere. In realtà rimanevo lì con tutte le implicazioni. Di esserci ma con una presenza abbastanza discutibile.
Elena: Durante quel periodo hai mai abbandonato la pratica?
Ugo: È stato un periodo abbastanza lungo e quindi ci sono state tante sfaccettature. Posso dire che non ho mai abbandonato completamente la pratica, quindi c'è sempre stato un legame. Chiaramente facevo meno Daimoku. C'era anche probabilmente un po’ una sensazione di “ma allora boh, non funziona”. In realtà era proprio il mio atteggiamento che si stava un po’ arrendendo.
Non sembra un paradosso? Un desiderio che si realizza ha come effetto quello di generare sofferenza. Credo che questo sia un punto centrale nell’esperienza di Ugo. Spesso sento di persone che si lamentano perché non riescono a raggiungere i loro obiettivi, ma pochissime volte mi è capitato di ascoltare storie di gente infelice a causa di un desiderio realizzato.
Nichiren Daishonin scrive: «Anche se può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (Sulle preghiere, RSND, 1, 306)
Ugo ha praticato per fare della musica il suo mestiere ma soprattutto per essere felice, lo ha detto lui stesso. Ma Ugo non è per niente felice. Quel picco di successo nella sua carriera lo porta nella direzione opposta alla felicità. Com’è possibile?
Nello stesso scritto, Nichiren Daishonin afferma: “Se si detesta lo stagno della valle perché è impuro non si possono cogliere i fiori di loto”. (Sulle preghiere, RSND, 1, 306). Il Daishonin fa riferimento al fiore di loto perché è un tipo di fiore che fiorisce nella melma. Uno dei benefici della pratica è di poter vedere e riconoscere quella che è la nostra “oscurità fondamentale”. Ugo non abbandona la pratica e capisce che la causa della sofferenza è dentro di lui.
Ugo: Penso che sia stata una grande esperienza perché mi ha dato la possibilità di individuare quali sono le mie tendenze di base. Sempre dirette un po’ alla dipendenza. Dipendenza da una sostanza, dipendenza da una persona, dipendenza da un luogo, un lavoro. Cioè rimandare la mia felicità alla realizzazione di qualcosa, all'amore verso e per qualcuno. Ho avuto la fortuna di individuarle e questo mi dà la possibilità di agire in un certo senso.
Alcuni considerano il Buddismo un insegnamento che punta alla tranquillità, o che può addirittura spingere alla passività. Ma la pratica buddista non incoraggia a “starsene tranquilli”. È piuttosto una lotta costante per creare valore e illuminare quelle tendenze negative che fanno parte della nostra vita. Perché all’interno della nostra vita non ci sono soltanto le cause della sofferenza, ma anche la soluzione di tutti i problemi. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo offre la possibilità di far sbocciare la propria vita, indipendentemente da ciò che siamo stati fino a quel momento.
Ugo: Ho scelto di chiedere aiuto perché proprio da solo in quel momento non ce l'avrei fatta. E quindi di rivolgermi a dei professionisti e poi a dei gruppi di mutuo aiuto che mi hanno veramente aiutato a vedere la cosa in maniera diversa, a lasciare la sostanza e a utilizzare questo periodo diciamo buio come una cosa che possa incoraggiare gli altri.
Uscire da una dipendenza, di qualsiasi tipo, non è facile. Vuol dire affrontare momenti di sconforto in cui sembra impossibile liberarsene. Si può cadere nella tentazione di pensare che tanto è tutto inutile e che alla fine tutti i nostri sforzi non produrranno alcun cambiamento. Ugo mi racconta che mentre cerava di smettere di bere ha sempre tenuto a mente un incoraggiamento di Daisaku Ikeda, terzo presidente della Soka Gakkai. Per lui queste parole sono state fondamentali:
“Quando la determinazione cambia, tutto inizia a muoversi nella direzione che desiderate. Nell'istante in cui decidete di vincere, ogni nervo e fibra del vostro essere si orienta verso quella realizzazione. D'altra parte, se pensate non funzionerà mai, proprio in quel momento ogni cellula del vostro essere si indebolirà smettendo di lottare e tutto volgerà verso il fallimento”.
Ugo: Quindi, insomma, è una cosa che ti incoraggia tantissimo da una parte e dall'altra ti dice però se non ci sei, se non dai il massimo qui si va di nuovo nella tendenza. Cioè io devo stare con la guardia alta tutti i giorni. Spesso si dice fra noi praticanti “il Buddismo è vincere o perdere”. Ecco io questa battaglia non è che posso dire di averla vinta punto. Io la vinco giorno per giorno. Cioè io devo comunque stare attento a una cosa che fa parte della mia vita e quindi devo essere anche in grado di riconoscerla tutti i giorni. Se io ho un'avvisaglia di questa cosa, quello è il momento di far Daimoku per migliorare. Perché diciamo è sempre un po’ in agguato, è una cosa che mi appartiene, io la devo veramente tenere sotto controllo.
Il Buddismo ha a che fare con la vita interiore e ha come scopo quello di risvegliare la saggezza sulla sua vera natura. E quando si pratica per migliorare sé stessi, anche l’ambiente migliora. Mentre Ugo sta affrontando la sua battaglia personale, durante un momento di pausa dalla tournée riceve una proposta.
Ugo: un certo punto ho avuto questa proposta da parte di un amico di andare a fare una prova a suonare in strada. Io lì per lì dicevo: “Ma come? Sono sceso ora dal palcoscenico con 100.000 watt, 1.000 persone davanti…sicché ci fu questo primo tentativo con una batteria minuscola e vidi subito che questa cosa mi piaceva tantissimo, cioè il fatto di attirare l'attenzione delle persone che passano, non son lì apposta. Quando c'è un concerto la gente viene a vederti, è lì perché si aspetta qualcosa dall'artista che è sul palco. Lì praticamente sei tra virgolette costretto ad attirare l'attenzione quindi devi mettere in moto un'attitudine diversa che io ora ho imparato ad amare tantissimo perché è proprio è bello. C'è uno scambio incredibile.
Per fare arte di strada non ci si può improvvisare: ci vogliono autorizzazioni, essere in regola, osservare leggi stringenti. E ottenere il permesso per fare questa attività non è semplicissimo.
Ugo: Per l'appunto l’ennesimo beneficio è che il Comune di Firenze ha deciso di cambiare il Regolamento che stava appunto regolando tutta l'arte di strada, permettendo ad altre persone di potersi affacciare alla professione in maniera permanente. Quindi noi si fece questo bando. E poi abbiamo vinto e cominciò l'avventura vera e propria nel 2015. È proprio il mio lavoro.
Quell'entusiasmo che mi mancava in quel periodo lo sto assolutamente mettendo invece nell'arte che sto che sto facendo in strada.
Visto che siamo in tema di musica, voglio raccontarvi un aneddoto che riguarda il jazzista americano Hancock. In un dialogo con Daisaku Ikeda, racconta di una figuraccia che aveva fatto durante un concerto con Miles Davis, suo maestro, nonché icona del Jazz. Lo racconta così:
Ci fu una volta che suonai un accordo veramente sbagliato mentre Miles improvvisava un assolo, ma lui reagì suonando alcune note che fecero sembrare giusto il mio accordo. Era quasi una magia, ne fui affascinato. Nei secondi successivi non riuscii quasi a muovermi. Pensai: “come diavolo c’è riuscito?” Ora mi rendo conto che non mi aveva giudicato. Aveva solo ascoltato e si era chiesto: “Come posso trasformare queste note? Come posso usarle?” (Storie di vita Jazz e buddismo, edizioni Esperia, pag.37)
Hanckock stesso racconta che quell’episodio rappresentava il principio buddista della trasformazione del veleno in medicina. Secondo questo principio, qualsiasi situazione sfavorevole può essere cambiata in una situazione positiva. In altre parole, è affrontando e superando eventi dolorosi che cresciamo come esseri umani. Tutto inizia quando si affronta una difficile esperienza e si decide di vederla come un’opportunità per riflettere su sé stessi e per sviluppare coraggio e compassione. Più si riesce in questa impresa, più si diventa forti e saggi, realizzando uno stato vitale veramente molto vasto. Ovviamente, non è facile per nulla, anzi è la cosa più difficile. La chiave per poter realizzare questa trasformazione è recitare Nam-myoho-renge-kyo sempre, sia nella gioia che nella sofferenza.
Ugo: Non mi dispiace che siano successe alcune cose perché, comunque, sono venute fuori anche dei grandi benefici.
Quindi da un certo punto di vista ringrazio anche per quel periodo che è stato duro e anche abbastanza lungo.
Il Buddismo mi ha dato la possibilità di cambiare situazioni che apparentemente erano irrisolvibili. Mi ha dato la possibilità di riconoscere i miei difetti di carattere, chiamiamoli così, o comunque tendenze negative per poterle poi affrontare. Mi dà gli strumenti per riconoscerli e per lavorarli.
Dall’esperienza di Ugo credo che emerga proprio come lo scopo della pratica buddista è quello di trasformare la nostra principale tendenza vitale per realizzare pienamente il nostro potenziale umano in questa vita e oltre.
Vi lascio con degli incoraggiamenti di Daisaku Ikeda: “Se non sradichiamo le tendenze negative e distruttive che esistono dentro di noi, non possiamo ottenere una felicità autentica. Ecco perché dobbiamo combattere queste tendenze negative.”
https://ilnuovorinascimento.org/a/abbracciare-e-sostenere-il-bene-supremo-della-legge-mistica
“Il Budda non è un essere sovrumano. Chi ha raggiunto questo stato continua a provare dolore e ad avere problemi. (..) è per questa ragione che un Budda è una persona coraggiosa e tenace, capace di agire per lottare contro le funzioni negative della vita.” (Che cos’è la rivoluzione umana, pag 55)
“La fragranza interna otterrà protezione esterna”, questo principio buddista afferma che quando la nostra natura di Budda emerge dall’interno, attiva anche la natura di Budda nella vita degli altri. Trasformando il nostro cuore possiamo trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita e creare valore a partire dalla situazione che stiamo vivendo. Io sono Elena Cavallone e vi do appuntamento alla prossima puntata di “Fragranze”, un podcast a cura della redazione di Nuovo Rinascimento. Per non perdere gli episodi di questo podcast iscrivetevi al canale di Nuovo Rinascimento su Spotify, Apple Podcast e Soundcloud.
A presto e fate sentire la vostra fragranza!
